Buongiorno Duccio, con te vorrei focalizzarmi sul tema del successo.

 Cos’è per te il successo?

La domanda richiederebbe diverse risposte… Personalmente credo che il successo, inteso come successo personale, si ha quando stai bene con te stesso, indipendentemente da quello che vedono gli altri di te. Quando sei soddisfatto pienamente di ciò che sei, hai raggiunto il successo umanamente e professionalmente. Poi, se il successo è: notorietà, soddisfazione sul lavoro… allora è un altro discorso. Quando senti quella sorta di felicità interiore, hai raggiunto il successo.

Quanta felicità interiore senti oggi, che sei un uomo popolare, di successo.

Sinceramente… il mio problema è che non sono mai contento, ma non contento materialmente, anzi… nella mia vita sono stato abituato a farmi bastare tutto ciò di cui avevo bisogno. In realtà, quello che mi tormenta è voler sempre continuare a imparare, a ricercare, a ritrovare. A volte, quando chiacchiero con Valentina, mia moglie, mi dice: sono dieci anni che non sbagli un colpo, qual è il tuo problema? Il mio problema, non lo so neanche io qual è. Forse è la ricerca della felicità interiore. Quando abbraccio mia figlia, mi sento felice, quando, la mattina, le prendo in braccio e le porto in salotto per fare colazione, quello è un momento di grande felicità e di successo. Poi, professionalmente, diventa difficile soprattutto quando hai già sperimentato quasi tutto: o smetti o fai sempre le stesse cose, oppure ti reinventi. In questo momento, ho bisogno di reinventarmi, di sperimentare, di giocare, di provare… che ho sempre avuto e che, piano piano, mi ha portato a essere quello che sono. Adesso, dire non mi basta più è sbagliato, ma ho bisogno di ricominciare.

Hai parlato della spinta a voler sempre imparare, possiamo dire che l’apprendimento continuo è parte integrante della tua vita di successo.

Credo che sia la parte integrante e necessaria per qualunque tipo di mestiere. Credo anche che ci voglia una buona, un’ottima, una grande dose di passione. Passione vuol dire sofferenza, non vuol dire felicità… metterci tutta la passione possibile e soffrire per ciò che tu vuoi fare. Nel mio caso, raccontare.

Non è detto che se fai “Che tempo che fa”, “Di martedì” di Floris, sia la stessa cosa. Puoi mettere l’esperienza a servizio di un nuovo programma, ma hai comunque a che fare con un’altra persona. Quindi, devi ricominciare. Non puoi pretendere che Giovanni Floris ragioni come Fabio Fazio, sono due mondi diversi, tu sei sempre lo stesso, per questo devi ricominciare daccapo.

Nel rapportarti con persone diverse, soprattutto con personalità complesse, come nel tuo caso, quali abilità metti in campo.

Anche in questo caso credo si tratti di esperienza. Intanto queste persone, giustamente, hanno bisogno di supporto. Spesso si trovano a essere sole perché chi li circonda non sempre, per vari motivi, è obiettivo. Non hanno mai un referente sincero che gli dica: questa cosa è brutta, l’hai fatta male. Io cerco di essere sincero. Negli anni e invecchiando, mi sono ammorbidito molto, una volta entravo più a gamba tesa. Adesso, in maniera più diplomatica, cerco comunque di dire la verità. Sono sempre cristallino, se qualcosa non va, la dico. E, se qualcosa che riguarda il mio ambito, non la trovo adatta, non la faccio. Cerco di convincere che io lavoro per la buona riuscita del programma, se le proposte che ricevo mi convincono, allora, sono disposto a cambiare idea. Ma se la proposta non mi trasmette le giuste emozioni, mantengo la mia posizione. Ad esempio, se vogliono che una fotografia venga inquadrata, ma non sono convinto, la vedranno in studio e non a casa.

Hai detto che in passato entravi a gamba tesa, ed è un po’ la caratteristica della gioventù, invecchiando, hai imparato a essere più morbido. Sei d’accordo che le capacità relazionali sono importanti, per il successo.

Sono basilari. Io sono stato fortunato, perché ho un carattere difficile ed esuberante e la passione, l’esuberanza, a volte, vengono scambiate spesso per rabbia, insicurezza. A volte è così, ma probabilmente, se mi fossi comportato in altra maniera, forse, oggi, non sarei qua. La determinazione e la grinta, scambiate per rabbia e insicurezza, mi hanno dato la forza di andare avanti. Io non sono né figlio d’arte, né raccomandato; tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto perché mi sono impegnato. Ammetto di aver avuto dei colpi di fortuna, ma li ho anche cercati.

Ammetto che i rapporti con le persone, anche nella vita normale, vanno coltivati. Mi è successo cinque minuti fa. Eravamo in macchina, in ritardo, e io, in macchina, mi arrabbio tantissimo. Arriviamo dal benzinaio, stavo per dargli la chiave e lui mi dice, mentre gliela stavo passando, “mi serve la chiave”. Mi ha innervosito e gli ho risposto male. Poi, ho capito di aver sbagliato, scendo dalla macchina, aspetto un attimo, cerco qualcosa che mi interessi veramente, fare un complimento falso è peggio che non farlo, vedo che, fuori dal suo chiosco, ha tutte le macchinette dei pos, delle carte di credito, molto ordinate, aspetto e gli dico: però, che organizzazione! Da quel momento, il mio rapporto con lui è cambiato, gli ho sorriso, gli ho detto questa cosa e ha cominciato a parlare e non si fermava più. Anni fa, quando abitavo in Liguria, andavo in posta e c’era una signora molto scorbutica. Mi son detto: non è possibile che non mi guardi neanche, devo fare qualcosa per instaurare un rapporto. Mi son detto che ti frega! Ma subito dopo, mi frega perché è sui rapporti umani che si basa la tua vita. Una mattina entro e lei aveva una collana molto carina. Le ho chiesto: “sa che materiale è? Fa una strana luce”. Lei ha alzato lo sguardo, abbiamo cominciato a parlare e siamo diventati amici. Quando mi vedeva entrare, si sbracciava e andavamo anche a prendere il caffè. Questo è, fondamentalmente, l’atteggiamento sia con le persone comuni che con quelle di successo.

Hai imparato a gestire le tue emozioni, a riconoscerle e indirizzarle per avere un risultato efficace.

Non sempre, mi arrabbio moltissimo, in regia sono una iena, non accetto che mi si facciano notare gli errori… poi ho imparato, soprattutto nelle dirette, a non polemizzare, per evitare l’effetto domino e danni irreparabili. Dico sempre ai miei collaboratori: lasciatemi andare avanti, poi ci confrontiamo. Mi arrabbio moltissimo, pretendo una concentrazione massima sul lavoro. Cinque minuti prima si ride, si scherza, ma nel momento in cui sono in onda, non mi interessa di niente e di nessuno, neanche dei “pezzi grossi”. Ho buttato giù dal pullman regia capistruttura, presidenti… sto facendo un lavoro al massimo delle mie capacità, non accetto interferenze. In questo modo divento a volte molto sgarbato, ma anche molto deciso.

Deciso, più che sgarbato.

Sì, ma io ho un tono di voce già molto alto e quando dici a una persona “che cazzo stai facendo?” potrebbe anche offendersi. Ho capito però che, a volte, è necessario far capire che c’è qualcuno che si sta prendendo la responsabilità. Mi ricordo la mia prima regia, ero un totale incapace, non ero mai entrato in un pullman regia. Avevo presentato un progetto che era stato accettato da una persona che in me aveva visto qualcosa che, fino a quel momento, nessun altro aveva colto.. Il progetto prevedeva l’utilizzo di dieci telecamere, ma io, fino a quel momento, avevo fatto solamente il filmaker. Quando sono entrato in regia ed è cominciato il concerto, gli operatori, dopo un minuto, si sono resi conto, ma questo l’ho capito dopo, che in regia avevano un imbecille che non era in grado di gestire niente. Ognuno andava per conto proprio, cercando di darmi una mano. La prima sera è stato un disastro, le altre due sere, mi sono impegnato ed è andata meglio. Questo per dire che ci vuole qualcuno che si assuma la responsabilità. Io dico sempre abbiamo fatto un ottimo lavoro, ho sbagliato. E’ importante per le persone che collaborano. Se ho sbagliato, la responsabilità è mia e non dell’operatore che ha inquadrato male. La responsabilità è mia perché sono l’ultimo filtro in questo processo.

E’ un lavoro che nell’ultima fase di realizzazione ti lascia solo, sei tu l’unico responsabile, il tuo stile direttivo è funzionale al risultato. Probabilmente, hai già costruito un buon rapporto col team. Riconoscono la tua leadership…

Sei come un branco, c’è il capo branco e gli altri si fidano. Mi ricordo che una volta ho fatto una diretta tra le rovine del Petruzzelli, era una regia abbastanza complessa. All’operatore steadicam che, come ben sai, è una macchina invadente, dissi: tu fidati, quando arrivi sullo strumento da inquadrare, ti fermi, rimani là, io stacco le altre camere e quando è il momento, riparti ed esci. Quando abbiamo visto il risultato, l’operatore ha riconosciuto la bontà della scelta, però, prima, si è dovuto fidare.

Hai detto all’operatore fidati! Come costruisci il rapporto di fiducia.

Sono tante le sfaccettature. In un rapporto di fiducia ci sono anche delle regole che andrebbero rispettate e alimentate da qualcosa che le renda sempre valide. Nel momento in cui la fiducia viene meno, per recuperarla, dovrebbe intervenire la sincerità; essere cristallini è l’unico modo per alimentare la fiducia. Spesso potrei fregarmene, però mi scatta dentro il cuore, dentro l’anima, dentro il corpo, qualcosa che mi dice: questa cosa va risolta, va detta adesso. Essere sinceri gratifica e fa capire che ci si può fidare.

Mi ha colpito molto la tua prima esperienza di regia che è stata fallimentare…

Sì, da un lato sì, da un altro no.

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…quale valore dai all’errore.

Beh! Banalmente si dice: sbagliando si impara. Facendo riferimento a quel giorno… era il 1996, a quelle tre sere, il vero problema era non essere in grado di gestire una macchina così complessa e… quindi… sentirsi perduto. Se non c’era il mixer video a intervenire… Son tornato in albergo, anzi, prima, ho dovuto fingere con l’artista, non son riuscito a dirgli che le immagini erano una schifezza. Quando son tornato in albergo con la scaletta, ho studiato seriamente: la seconda sera sono migliorato del 50%, la terza sera ho portato a casa il lavoro. Ho studiato. Mi è capitato anche a Sanremo, se non mi limito solamente a subire la canzone e a decodificarla istintivamente, ma ci metto attenzione, studio il testo… posso dare molto di più. Ancora oggi sto imparando a essere artista sì, ma poi studiare. E i risultati sono nettamente migliori.

L’errore, nella crescita personale e professionale, ha una funzione importante.

Ogni tanto dico alle mie figlie: non fare… poi mi ricordo che, quando me lo diceva mio padre, gli rispondevo: ho capito, è sbagliato, però io lo voglio fare lo stesso.

Quali sono le paure che affronti più di frequente e come le superi.

Io sono molto incosciente. Dire non ho paura è segno di presunzione, di arroganza… però, forse, la vita mi ha portato a essere abbastanza coraggioso. Ho vissuto tanti anni da solo, con problemi economici importanti, non mangiavo, non pagavo l’affitto… forse adesso ho meno paura. Quando sono preoccupato, scrivo, rileggo per capire il perché di quei pensieri. Delle notti mi sveglio, pensando di non poter pagare le tasse… queste sono le mie paure, però quando le razionalizzo, gli do il giusto peso. Ho imparato anche a essere pratico. Ho imparato che c’è sempre una soluzione. Ho imparato a non soccombere alla paura. Quando scrivo, dopo qualche giorno, rileggo e mi accorgo che quella paura è già passata.

La scrittura ha una funzione catartica.

Sì, quando non farò più il regista, comincerò a scrivere.

Duccio, tu hai una storia personale molto particolare. Quando vivevi in estrema difficoltà, dove trovavi la spinta interiore per dirti: io ce la farò!

Io non so come ho fatto, so solo che lo volevo fare. Si chiama vocina interna, si chiama anche incoscienza, incoscienza totale. I miei detrattori, oggi, mi dicono: lo sapevamo… questi stessi mi dicevano: sei un incosciente, sei uno stupido, ma dove vuoi andare, per quello che vuoi fare tu bisogna studiare anni e anni. Io ho studiato anni e anni, dopo.

La sera, nel tuo “lettuccio”, immagino che non fosse un “lettone”, cosa ti dicevi, come affrontavi tutti questi ostacoli.

Non era certo una passeggiata. La stessa cosa che faccio adesso: io mi lego a un sogno enorme, gigantesco, impossibile da raggiungere e ci lavoro sopra. Io non pensavo alle bollette da pagare, allo stomaco vuoto, alla Vespa senza assicurazione… non pensavo a niente di tutto questo. Focalizzavo tutte le mie forze su quel sogno. Tutto quello che mi accadeva intorno mi arrivava addosso, ma io non lo sentivo. E’ la stessa cosa che faccio anche adesso, mi do un obiettivo e lavoro su quello, fino a quando non lo raggiungo. Io però non mi godo fino in fondo il successo. Ho finito uno dei Sanremo più innovativi della storia della televisione, il giorno dopo, per me era finita. Non c’ho nuotato dentro come fanno tutti, bisogna subito fare un’altra cosa. Non riesco a godermelo il successo, a questo modo… forse, è anche la mia forza.

Ho sempre fatto tante cose, mio padre mi diceva sempre: tu hai troppa fretta, tu vuoi arrivare subito. E’ vero, voglio arrivare subito, però ho capito che il tempo è necessario per far maturare le cose. Mi ricordo che nel 2003 feci l’unico programma con Pippo Baudo, rimase colpito dal mio modo di lavorare e mi disse: quest’anno, Sanremo me lo farai tu.

Ovviamente non l’ho fatto io Sanremo, l’ho fatto sette anni dopo e, a posteriori, dico: per fortuna, altrimenti mi sarei giocato la carriera. Per fare un programma così complesso ci vuole tanta esperienza, non solo bravura. Aveva ragione mio padre, quando mi diceva “vai troppo di fretta”. Nello stesso tempo, se non avessi avuto questa spinta, non sarei arrivato dove sono.

Dalle tue parole, viene fuori una capacità innata di attingere alle tue risorse. Hai parlato di forza, hai parlato di errori, hai parlato di riconoscimento dell’errore. Di fretta e di come hai recuperato il monito di tuo padre. Hai imparato a spacchettare l’obiettivo e hai capito l’importanza dei piccoli passi. Quanto sei consapevole di questa straordinaria capacità.

Per fortuna, non ne sono consapevole. Io sono così. In un certo senso, ho la presunzione di non voler cambiare, cerco di migliorarmi. Io lavoro su di me, cerco di capire, però mi arrivano le cose, le sento… non so come dirti. La settimana scorsa, avevo Marco Mengoni in studio, inquadrandolo, a un certo punto, ho sentito che mancava qualcosa, il mio mixer video non capiva. Gli ho detto facciamo un mixaggio del suo primo piano sul suo stesso primo piano: quando si muove di sdoppia. Dopo, mi chiama Marco e io ho pensato che mi dicesse di non aver apprezzato. Invece, mi dice: come facevi a saperlo. E io: sapere cosa? Mi mostra la copertina del disco che doveva ancora uscire, in cui c’è lui sdoppiato. Io non lo sapevo, probabilmente e inconsapevolmente, ho percepito ciò che voleva comunicare e l’ho decodificato.

Molti sostengono che le scelte migliori si facciano attraverso l’intuizione. Tu hai questa capacità molto sviluppata.

Sì, probabilmente, sì. Ho girato un cortometraggio a Capri. Ho scritto la storia di un artista che vive nell’isola e che costruisce aquiloni e li considera i suoi figli che non ha più. Durante i sopralluoghi, prima di girare, la direttrice della Certosa di Capri mi dice: bravi, trarre questa storia dalla vita di Diefenbach. Mi documento e scopro che era un artista austriaco, vissuto e morto a Capri. A causa della sua follia, la moglie gli aveva portato via i figli. Io, senza saperlo, ho raccontato una storia molto simile e l’attore che ha partecipato a questo lavoro, somiglia all’artista. Non ti so spiegare il perché, probabilmente, quando ho visto i luoghi ho avuto questa suggestione.

 

Durante questa lunga chiacchierata, mi hanno colpito alcune parole: sogno, cuore, anima, sincerità, fiducia, passione. Adesso intuizione. Volendo sistematizzare, concedimi questa forzatura, possiamo dire che sono i pilastri del tuo successo di uomo e di artista.

Assolutamente sì. Tutte queste cose che si somigliano molto, messe insieme, costituiscono una base molto solida, una struttura invincibile, indistruttibile. Il problema è tenerle sempre unite, perché se viene a mancarne una, tutto il resto crolla. Fino a quando riuscirò a sognare e vivere in questo modo, mi reinventerò sempre, racconterò storie.

Mi ricordo che un Natale, a un mio cugino, fu regalata una batteria della quale non gliene fregava niente. Io cominciai a suonarla e a studiarla, fino ai ventitrè anni, pensando di diventare una rockstar. Quando sono uscite le telecamere, è cambiata la mia vita. Mi son detto: questo mezzo mi dà la possibilità di raccontare. Con le telecamere mi si è aperto un mondo in cui ho cominciato a nuotare in modo inconsulto, cercando di capire che cos’era quello che mi interessava. Mi interessava tutto, ma non ero capace di fare niente. Ho capito di dovermi muovere passo dopo passo, portare tutte le esperienze per arrivare a fare quello che faccio oggi che ancora, e lo dico in modo sbagliato, non mi basta, non mi soddisfa. So che non è quello, manca ancora qualcosa. In questi giorni, mi sto buttando sul web e mi dico: che cavolo te ne frega di fare una web serie, tu fai Sanremo e vai a fare una web serie. Chi se ne frega di Sanremo! Rispondo: ne ho fatti quattro, basta! Lavoro con giovani attori, lavoro con giovani scrittori, mi confronto con nuovi operatori, con nuovi direttori della fotografia… e ricomincio.

Un regista che ha firmato e firma programmi importanti, comprende che la società ha bisogno anche di piccole cose innovative.

Sì, ma soprattutto… i ragazzi… io ho 55 anni, non sono proprio un ragazzetto. Mi rendo conto che i giovani hanno assolutamente bisogno di avere una possibilità. Io non sono ricco, non ho la possibilità di prendere persone e farle lavorare, però questo buco per cui pago l’affitto, lo metto a disposizione di chi voglia imparare questo mestiere. Quando ho un lavoro, li prendo e li porto con me. Lo faccio perché mi rendo conto che c’è un grande deserto professionale. Se una grande azienda non è stata in grado di formare nuove figure professionali, nel mio piccolo, lo voglio fare e con qualcuno ci sto anche riuscendo. Non ho paura che qualcuno mi freghi il lavoro. Se tra me e il mio allievo scelgono l’allievo perché è più preparato, potrebbe significare che sono vecchio e che devo migliorarmi. Le persone che imparano da me, in realtà, mi insegnano tantissimo. Io riesco a stare al passo, perché frequento persone che stanno imparando.

Tornando ai pilastri del tuo successo, hai detto che il problema è tenerli tutti insieme. Se me lo permetti, io ti suggerire che non è un problema, ma una sfida.

Sì, è giusto, è la sfida, però diventa difficile, e quando una cosa è difficile, io la chiamo problema. Sì è una sfida, però ti sfugge sempre qualcosa. Ho attraversato un periodo molto difficile sul lavoro. Avevo detto, basta, me ne vado, perché sto qua. Forse, l’attenzione che c’è tra due innamorati, se viene a mancare anche tra due professionisti… forse non c’era più quell’attenzione che gratifica, forse mi sono stufato. Sono andato a parlare con Fazio, gli ho detto: questo è l’ultimo anno, se potessi me ne andrei anche adesso. Fazio: tu sei pazzo! Poi ho capito, da un paio di settimane, che non è così. Mi son detto: tu non sei solo al servizio di questo programma, tu sei parte integrante di questo programma, non puoi abbandonarlo, puoi trarne vantaggi che ti facciano crescere. Ho cambiato il punto di vista. Continuo a lavorare come ho sempre fatto, ma con un approccio diverso. Voglio trarne linfa e non sentirmi finito.

Se me lo permetti, a quei pilastri, aggiungerei l’entusiasmo che trasmetti in qualsiasi momento, quando parli di errori, di cuore, di anima, di successo…

Fra tutti quelli che hai detto forse è il più forte, dopo la passione. C’è un amore profondo per quello che faccio, anche quando facevo il carrozziere. Quando, all’età di 17/18 anni, c’erano le automobili con colori nuovi, metallizzati, a me piaceva, c’era da imparare. Quando il mio principale ha detto: oggi il cofano di questa BMW lo vernici tu, meraviglioso! Posso verniciarlo io! Mettersi la maschera, la tuta, preparare il forno con la temperatura giusta, fare il colore… io mi ricordo che c’era il tintometro, allora non esistevano i computer, con delle pellicole trasparenti, mettevi dentro un visore che ti diceva 30 gr di questo, 40 di quello… poi mischiavi, facevi il colore, lo spruzzavi su dei cartoncini, li avvicinavi all’automobile, poi andavi a verniciare e quando il mio principale mi diceva: hai fatto un ottimo lavoro, chiedevo: cosa devo verniciare adesso? Lo facevo allora e lo faccio adesso, con la differenza che, allora, aspettavo di avere del tempo libero per fare cose che mi piacevano, adesso non ho più questo problema perché qualunque cosa faccio… è la mia vita.

Se ti chiedessi di formulare un aforisma sul successo, quale sarebbe.

Sarei presuntuoso. Non mi ricordo chi l’ha detto, ma una frase che si avvicina molto è “nulla è importante quanto la passione”. Niente ha importanza, niente, è solo la tua passione che va presa sul serio… credo sia “nulla è serio e importante come la passione”.

Grazie per il bel momento di reciproca crescita.

Grazie a te.

…mentre sto per uscire , Duccio mi chiama per dirmi che tra i pilastri del suo successo, c’è anche l’umiltà.

 

Duccio Forzano è tra i registi più popolari del panorama televisivo italiano. Ha diretto numerosi show tra cui: le quattro edizioni di “Stasera pago io” condotte da Fiorello, quattro edizioni di Sanremo, 2010-2011, 2013-2014. Dal 2005 cura la regia del programma “Che tempo che fa”, condotto da Fabio Fazio e la prima edizione di “Di Martedì”, condotto da Giovanni Floris.

Per saperne di più:

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